
Dalla paura della dittatura
al voyerismo
A cosa pensate se leggete o sentite dire Grande Fratello?
Non tutti, per fortuna e per amor di varietà di gusti, sono attualmente sotto la morsa dei reality, e soprattutto del pioniere di questo modo di far tv in Italia.
Tuttavia se si usa l’espressione “Grande Fratello”, il processo mentale che ci accomuna è quello che ci riporta alla casa di specchi con le telecamere che ti spiano 24 ore su 24. Identifichiamo alcuni personaggi non più con il loro cognome ma con il genitivo “del Grande Fratello” (Vedi Rocco del Grande Fratello, Marina del Grande Fratello e via dicendo).
Non intendiamo cambiare i meccanismi mentali di nessuno, ma forse, di tanto in tanto è doveroso quanto meno sapere da cosa provengono le cose che sono continuamente sulla nostra bocca.
Il format è nato in Olanda, col nome di Loft Stories ossia, storie d’appartamento. È stato poi comperato dall’Inghilterra che lo ha intitolato Big Brother. Da qui il nome da noi adottato, Grande Fratello.
Ma perché Grande Fratello? Chi è il Grande Fratello?

Nel 1948 l’artista Inglese George Orwell scrive un romanzo dal titolo 1984. Il romanzo ipotizza un futuro dominato da una dittatura mediatica in cui i sudditi vivono costantemente sotto il controllo delle telecamere. Dietro ad esse vi è l’equipe governativa che tiene d’occhio le ore di sonno, uguali per tutti, e il risveglio, accompagnato per tutti dall’immagine su un maxi schermo di un gerarca che costringe a fare dei salubri esercizi prima di andare al lavoro.
Un mondo in cui tutto è controllato, persino le emozioni; non si può né amare né odiare perché i meccanismi dei sentimenti sono nocivi alla produzione sul lavoro, le pulsioni portano a riflettere, la riflessione rappresenta un pericolo per chi governa.
Il meccanismo dittatoriale è presentato nel libro in tutto il suo subdolo potere. Una lobotomia sociale che si ripete ogni giorno, porta all’indifferenza verso tutto ciò che non è il dittatore, manovratore di tutto, il grande fratello.
Dunque, è bene sapere, che ciò che è diventato parte del nostro linguaggio comune, era in origine, la personificazione dell’incubo di una generazione di intellettuali. Una generazione che temeva non solo la dittatura ma anche e soprattutto l’appiattimento del pensiero e dei modelli da seguire, la strumentalizzazione del progresso nelle mani del potere e la perdita del pensiero critico come arma degli individui.
Ciò che per noi diviene sinonimo di voyerismo era in origine la paura di una nuova dittatura, più subdola perché insita, silenziosamente, nella quotidianetà delle persone. Tanto che la gente stessa credeva di non poterne fare a meno perché quel sistema era la verità unica e inconfutabile.
Frequenti nel romanzo sono i richiami alla frase «Il grande Fratello ti guarda». Tutt’altro che rassicurante o divertente, il romanzo di Orwell manifesta la paura di un futuro dominato da uno schermo onnipresente che ci dice come amare, come odiare, come tenerci in forma, come essere sempre iper produttivi, convincendoci che sia quella la cosa giusta, il nostro bene. In realtà, il meccanismo che Orwell dipinge, è solo il mezzo utilizzato per gli interessi della società politica e produttiva, del grande fratello, che ci guarda. Anche quando fingiamo di non saperlo.
Sabrina Barbante
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George Orwell
Nasce nel Bengala, da famiglia scozzese, nel giugno del 1903, con il nome di Eric Arthur Blair.
La sua famiglia appartiene alla borghesia umile, denominata sahib sul territorio indiano, caratterizzata da finezza culturale ma scarsità di mezzi economici.
I suoi studi infantili, nel Sussex, sono duri e gli causano complessi di inferiorità nonostante la sua bravura. Ha tuttavia modo di dar prova del suo valore accademico durante il percorso formativo alla Public School di Eton.
Contrariamente alle aspettative non continua gli studi universitari, ma si arruola nel 1922 nell’Indian Imperial Police. Diviso tra il crescente disgusto per l’arroganza imperialista e la funzione repressiva imposta dal suo ruolo, si dimette dopo cinque anni.
Sperimenta la miseria dei quartieri umili di Londra e Parigi, per poi tornare in Inghilterra dove alterna la sua attività di romanziere e giornalista a quella di insegnante.
Partecipa alla Guerra Civile spagnola al fianco del partito di Unificazione Marxista, ma per lui come per molti suoi coetanei l’esperienza e la mancata unità dei gruppi di sinistra è fonte di forte disillusione. L’amarezza lo porta a scrivere Omaggio alla Catalogna (1938) diario-reportage drammatico e polemico.
Da qui in poi, ogni sua parola viene spesa contro il totalitarismo.
Come giornalista segue e documenta le fasi drammatiche della Seconda Guerra Mondiale in India, Francia e Germania.
Nel 1945 pubblica La fattoria degli animali, fiaba politico-satirica sulla prevaricazione delle classi dirigenti sul ceto operaio.
Nel 1948 vede la luce 1984, ultimo capolavoro del suo filone idealistico e “distopico”, come lui amava definirlo, contro i regimi totalitari.
La tubercolosi lo stronca nel 1950 in un ospedale di Londra.