Roma Gli antichi lo consideravano
il cibo degli Dei, con poteri afrodisiaci, ben gradito dunque all’ardente Giove. I romani in particolare lo cucinavano sotto la cenere e lo gustavano con il miele.
Nel periodo medievale se ne evitava il consumo temendo i possibili effetti velenosi.
Stiamo parlando del tartufo, il particolarissimo prodotto della terra divenuto ormai pietanza pregiata. Nel ’700 quello Piemontese era considerato presso tutte le Corti una delle cose più pregiate. La ricerca del tartufo costituiva un divertimento di palazzo per cui gli ospiti e ambasciatori stranieri a Torino erano invitati ad assistervi. Da qui forse nasce l’usanza dell’utilizzo di un animale elegante come il cane per la cerca. Tra la fine del XVII e l’inizio del XVIII sec. i sovrani Italiani Vittorio Amedeo II e Carlo Emanuele III si prodigavano in vere e proprie battute di raccolta. Un episodio interessante riguarda una spedizione tartufiera avvenuta nel 1751 organizzata per l’appunto da Carlo Emanuele III nella Casa Reale d’Inghilterra nel tentativo di “tartufizzare” la cucina britannica. In quel frangente furono trovati tartufi nel suolo inglese ma di valore estremamente inferiore a quelli Piemontesi. Il Conte Camillo Benso di Cavour nelle sue attività politiche utilizzò il tartufo come mezzo diplomatico, Gioacchino Rossini lo definì “Il Mozart dei funghi”, lord Byron lo teneva sulla scrivania perché il suo profumo gli destasse la creatività, Alexandre Dumas lo definì il Sancta Santorum della tavola. In Italia se ne raccolgono una decina di specie, tra queste la più pregiata è il “Tuber Magnatum Pico” (tartufo bianco d’Alba o d’Acqualagna o Bianco pregiato), che ha sempre mantenuto il primato, oltre che sulla tavola anche sui prezzi. Gli ambienti ottimali dove il tubero si sviluppa sono l’Appennino Centrale (Umbria e Marche) e il Piemonte. Lo si ritrova però anche in Emilia Romagna, in Toscana e quest’anno, in particolare, tartufi a gogò stanno spuntando in Basilicata. Beninteso questa regione ed principalmente la provincia di Potenza è sempre stata interessante per la raccolta di questo prezioso frutto della terra ma il 2007 ha visto la Lucania protagonista nella raccolta dei tartufi. Sull’argomento è intervenuto Antonio Valisena, agronomo, dirigente dell’ufficio agricolo-forestale della Comunità Montana del Melandro.
Il tartufo fino a qualche tempo fa era una peculiarità di altre regioni, recentemente però la Basilicata è divenuta luogo ad ampia raccolta.
«In realtà sono molti anni che nella nostra regione si raccoglie una quantità rilevante di tartufi, tuttavia non vi era stato fino ad ora nessun tentativo di valorizzazione. Si trattava di una ricerca libera da parte di appassionati. Oggi c’è una presa di coscienza da parte dei cercatori di tartufi che hanno formato dei veri e propri gruppi organizzati anche grazie al il rilascio del tesserino valido su tutto il territorio nazionale e che è possibile ottenere in conseguenza dell’applicazione della Legge regionale 35/95».
A proposito di questa legge che disciplina proprio la raccolta, la conservazione e la commercializzazione dei tartufi, essa prevede la raccolta “controllata” con delle modalità precise, c’è un controllo effettivo sul rispetto della normativa? «Il controllo è un compito specifico di vari organi istituzionali quali il corpo forestale, la polizia municipale ed altri, ma il fatto è che questo rientra tra le attività secondarie di questi Corpi impegnati in altre esigenze più pregnanti, inoltre il territorio su cui effettuare questi controlli è molto vasto rispetto alla presenza del personale impegnato».
Il mercato del tartufo bianco d’Alba rimane l’unico garantito, con un’analisi attenta di ogni esemplare per sanità e tipologia del prodotto, sono previste iniziative in tal senso dalla regione Basilicata?
«Una delle carenze riguarda proprio la mancata valorizzazione del tartufo lucano che non ha un’identità precisa e che soltanto un marchio e una certificazione d’origine gli potrebbe dare. Attualmente non abbiamo una visione esatta delle quantità raccolte e di conseguenza non possiamo valutare i benefici di questa attività sull’economia locale. La vendita avviene direttamente dal raccoglitore all’ingrosso e seppure presumibilmente redditizia non ne conosciamo la stima reale.
Quali sono le zone locali in cui sono maggiormente diffusi i tartufi e come si possono individuare?
«E’ stata prevista la divulgazione di carte turistiche, guide e sussidi didattici ai fini della conoscenza della Basilicata come zona produttrice di tartufi, e così come è avvenuto in altre regioni italiane anche nella nostra regione un recente regolamento ha previsto una carta che permettere la individuazione delle diverse zone di locazione di questi prodotti. Con specifico riferimento al Melandro i luoghi di raccolta sono Brienza, Sasso, Castaldo e Satriano di Lucania. Ma l’intera provincia potentina è interessata dalla raccolta dei tartufi. Nelle vallate più fresche ed umide si trova in buona quantità anche il tartufo bianco pregiato».
Anna Leila Marino
Fonte: Il Meridiano