La scorsa settimana sono stato a Potenza, capitale politica della Basilicata. Non ci andavo da almeno quarant’anni, da quando ne era sindaco Tommaso Pedio, storico controcorrente, insigne meridionalista e appassionato socialista. Potenza, come ogni luogo d’Italia, è profondamente trasformata, dilatata. Bisogna aggiungere che le royaltie’s che la Regione lucra dal petrolio e dal gas fanno sì che la spesa pubblica inclini alla dissipazione.
Potenza, non è più il vecchio paesone amministrativo e prefettizio di un tempo. Ora c’è l’università, un grande edificio moderno ubicato in periferia, in cui però i corridoi e le aule sono bassi, come prescrive l’orrendo stile venuto dal Nord Europa. Così bassi da far rimpiangere la parte umbertina dell’università di Napoli, egualmente brutta e tuttavia dotata di aule e corridoi alti tre piani. Soltanto l’aula magna è alta, grande e capiente. Vi si tiene un convegno delle associazioni antimafia, organizzato da un ministero centrale, di cui non ricordo più nome, credo qualcosa come attività sociali, e dal governo regionale.
A uno che è stato ragazzo al tempo del Duce sembra una di quelle ’adunate’ che si svolgevano a Locri, nel Cinema Impero, durante le quali il preside del Liceo leggeva con voce tonante un interminabile numero di cartelle celebrative del fascismo e delle sue patrie virtù. Infatti anche qui di virtù patrie si tratta, ma non più quelle guerriere di settant’anni fa, bensì di virtù democratiche e antimafia. Siedono nell’emiciclo – non so se per ascoltare o solo per fare atto di presenza – circa duecento studenti, sicuramente attratti da un qualche democratico sottobanco.
Il caffè è gratis, non così le patatine e i wafer della macchinetta distributrice. Una decina di giovani, fra cui uno che ha vinto il festival di Sanremo, siedono dietro un lungo tavolo. Sono gli esponenti e leader di un comitato di cui avrei fatto meglio a segnarmi il nome, tanto esso è ignoto. I suoi componenti si alternano al microfono per dire ovvietà sentite mille volte. La cavea applaude ogni due minuti, al fine di conferire alla parole dell’oratore un qualche significato e un pizzico di dignità. Poi, a un certo punto, entra in scena il nostro governatore Loiero. Infatti in Basilicata non pare ci sia ancora la mafia e non pare ci siano vittime della mafia. Cosicché le autorità lucane sono ricorse a un’autorevole vittima calabrese della mafia. Loiero, nel suo discorso, è così convincente che si può avere l’impressione che la mafia lo abbia già assassinato. Ma non per questo ne perderà i voti. La mafia non si offende alle parole dei politici. Come tutti noi d’altra parte, non ci crede, e basta.
Resto lì, perché fuori fa freddo. Non saprei per altro dove andare, tranne che al cinema. Ma per un fumatore, il cinema, è ormai un piacere negato. Dall’alto del loggione, il padre sconfitto riflette su quella gioventù che si spreca nel benessere e nella disoccupazione. La sorpresa, l’incredulità che lo prendeva molti decenni prima, quando leggeva un romanzo o un saggio sulla società americana, gli torna alla memoria. Un mondo, che pretende d’essere civile, sapiente, umano, brucia le generazioni una dopo l’altra. La scuola, l’università come parcheggio della disoccupazione a carico delle famiglie. Speranze bruciate. Famiglie disperate. La corruzione, il clientelismo, le morti del sabato sera, il delitto, le mafie dilagano.
La mancanza di lavoro è il male sociale di un paese in cui la ricchezza si spreca in benzina, in droga, in mode passeggere; in cui il tempo si butta dalla finestra, mentre tempo e danaro potrebbero facilmente trasformarsi in capitale produttivo e lavoro. Il mondo dell’uomo finisce nell’assenza di ragione, nella logica del profitto carpito per assenza di ragione. L’ambiente abitato si trasforma e degrada. Il lavoro umano, che è la somma di fatica e sapere, è in eccesso perché la società è guidata da ministri dissennati e da governatori assettati di potere e mazzette. La fatica senza sapere toglie valore all’uomo, ma anche il sapere che non trova lavoro offende la dignità umana. Ironia dei nomi. Potenza è un luogo in cui l’impotenza giovanile si tocca con mano. E’ Oblomov, l’eroe di Goncarov, che si consuma su un divano. Come, in effetti, tutte le città del Sud gestite dalle nullità politiche, che il sistema italiano predilige.