Promosso dal Comune di Potenza insieme alla Associazione per la Storia Sociale del Mezzogiorno e dell’Area Mediterranea, Università degli Studi della Basilicata – Dottorato di ricerca in Storia dell’Europa Mediterranea dall’antichità all’età contemporanea, si terrà dal 7 al 9 maggio prossimi un Convegno di Studi presso il Teatro “F. Stabile” e l’Università degli Studi della Basilicata – Aula Magna. L’iniziativa è patrocinata dal Comitato nazionale per le celebrazioni del Bicentenario del “Decennio Francese”.
Il Convegno intende approfondire, con una verifica specifica su una buona parte delle regioni del Mezzogiorno d’Italia, i grandi cambiamenti sociali provocati in Italia dall’instaurazione di un moderno Stato amministrativo come voluto durante il periodo della dominazione francese, uno dei quali, emblematicamente per gli aspetti di organizzazione amministrativa della regione lucana, è la creazione di Potenza quale città capoluogo. Tali cambiamenti si ritrovano piú che a Roma e nel Lazio, nel Regno d’Italia, nel Regno di Napoli e in Toscana.
Fu infatti in queste regioni che i napoleonidi pensarono di intervenire con strumenti di politica economica, con istituti giuridici, con magistrature rinnovate per ottenere risultati soddisfacenti e per piegare definitivamente ogni resistenza dei ceti politici tradizionali. Nel Nord e in Toscana si trattava anzitutto di riorganizzare il sistema finanziario, di rivedere i consunti sistemi di prelievo fiscale, di inserire l’agricoltura in piani di riforma di patti agrari e con precisi investimenti capitalistici. Diverso, in parte, fu il disegno di rifondazione del Regno di Napoli sotto la guida duttile ed equilibrata di Giuseppe Bonaparte, che regnó dal febbraio 1806 al giugno 1808 quando, divenuto re di Spagna, lasció il trono al cognato Gioacchino Murat.
Il primo dei due governi, che si avvalse di ministri francesi e napoletani abbastanza competenti (uno fra i migliori, Giuseppe Zurlo, sarà a lungo responsabile del governo) fu contraddistinto anzitutto da un legato che risaliva alla repubblica del ’99: l’abolizione della feudalità: un progetto radicale di ricomposizione delle strutture economiche e sociali e dell’assetto proprietario del regno che sarebbe arrivato in porto al momento dell’assunzione del regno da parte di Giuseppe. Questi il 2 agosto 1806 promulgó la famosa legge sull’ «eversione della feudalità» che, qualunque siano stati i limiti della sua applicazione, rimane un esempio straordinario di trasformazione in senso capitalistico e borghese della proprietà fondiaria sulla quale era fondato il potere della nobiltà meridionale.
A questi aspetti è dedicata specificamente una delle cinque sessioni del Convegno. Da questa trasformazione (che una successiva legge del 1 ° settembre acceleró consentendo agli ex feudatari di appropriarsi delle terre demaniali, cioè appartenenti allo Stato, alle comunità locali, agli ecclesiastici, secondo metodi non sempre regolari e ordinati) non trassero grandi benefici i contadini poveri e i comuni, perchè non fu chiaro (e il problema si trascinerà per decenni confluendo nella futura «questione meridionale») che l’assegnazione delle terre demaniali doveva favorire tutti gli strati sociali e non solo quelli piú forti sul piano finanziario ed economico. Anche le strutture ecclesiastiche furono investite da tale processo e varie furono le reazioni degli ecclesiastici di vertice o di base che ne subirono le conseguenze: a ció è dedicata una apposita sessione del convegno.
Con altre sessioni il convegno approfondisce il fenomeno politico-sociale, nuovo, relativo all’affiancamento, ai baroni di origine aristocratica, di un ceto di proprietari borghesi che avrebbero potuto diventare in futuro una classe dirigente piú dinamica e liberale e maggiormente in sintonia con l’evoluzione dei tempi. Soprattutto di tale fenomeno il convegno intende approfondire alcuni aspetti significativi con numerose relazioni dedicate ai ceti dirigenti. Altre relazioni sono di conseguenza dedicate al miglioramento degli apparati amministrativi, ma non mancano approfondimenti relativi alla lotta all’analfabetismo ed ad altri aspetti ancora di sicuro rilievo storiografico. Il quadro generale, in quegli anni, della società meridionale, i rapporti tra le classi, i limiti e i privilegi delle classi stesse, l’insinuarsi all’interno del sistema napoleonico di forme amministrative e giuridiche meno sulbalterne al potere nobiliare, ma il contemporaneo rafforzarsi di una arrogante aristocrazia di nuovo conio, creavano uno stato conflittuale di principi e di valori, tra tradizione e rinnovamento, che si prolungherà fino alla fine stessa del periodo preso in esame: anche a questi importanti aspetti dell’esperienza di governo condotta dal governo francese il Convegno dedica attenzione con alcune importanti relazioni (red).
Fonte: ASG Media