Basi militari per difendere la sicurezza di un paese, perché ogni nazione ha diritto all’autodifesa.
Bene, ci sta.
Ma se la difesa di uno Stato, il suo naturale diritto a proteggere i suoi cittadini nella propria casa, travalicasse il labile confine tra la nostra sicurezza e la perdizione per altri? Io non dormirei sogni tranquilli se sapessi che per proteggere me e la mia casa, il mio stato, quello che io ho delegato di governare, stesse cacciando qualcun’altro da casa sua. Questo è accaduto tra gli anni 60 e 70 nell’arcipelago delle Chagos, dove una comunità di circa 2000 persone è stata cacciate e deportata per far posto ad una base militarmente strategica per il governo britannico (tra Africa e Indonesia).

La popolazione autoctona creola viveva di pesca produzione di olio di palma.
L’isola dalla quale sono avvenute le deportazioni è la Diego Garcia, la più grande dell’arcipelago, dove adesso vivono militari e contractors per lo più britannici, che hanno preso in 30 anni possesso dei territori, mentre gli abitanti originari sono stati portati in Europa e nelle Seychelles.
La storia di una terra trovata, conquistata, occupata militarmente e civilmente al solo costo di portar via chi vi abitava è una storia vecchia di secoli, ma non abbastanza da non suscitare un indignazione di cittadini che credono nella giustizia e di gente che ha memoria storica e crede che questa appropriazione indebita sia un’ombra di strascico dell’eredità coloniale della sanguinosa storia delle potenze europee.
Ma i cittadini dell’isola non hanno permesso che la storia andasse avanti, impunita, come in passato: hanno intrapreso infatti vie legali per poter riavere la loro terra. Gli Ilios (nome della popolazione autoctona tragicamente protagonista della vicenda), hanno ingaggiato un’azione legale contro la decisione della Britain Foreign Office.
Un tribunale decretò anni fa che gli abitanti furono deportati illegalmente. Gli abitanti Ilios avrebbero letto in questa storia un “tutto bene quel che finisce bene”, se solo la giustizia britannica fosse stata la migliore, nel migliore dei mondi possibili.
Ma la corona inglese, in barba a chi crede che non abbia poteri effettivi, ricorse alla prerogativa reale, un organo che permette alla corona di intervenire sulle decisioni dei tribunali, vietando così il ritorno degli indios alla propria terra.
Tuttavia, lo scorso 23 maggio, dopo l’intervento alla Corte d’Appello, si è convenuto nuovamente che il metodo di deportazione è stato illegale e immotivato. Si è trattato, secondo il tribunale, di abuso di potere.
Gli esuli, potranno ora tornare alla propria terra.
Forse un lieto fine, per i romantici.
Forse una vittoria ideologica, per gli idealisti.
Piena ragione ad entrambe le categorie.
Ma non dimentichiamo che queste persone dopo 30 anni di vita forzata in terre straniere dovranno ora riaffrontare l’odissea dolorosa di rivedere la propria terra cambiata da altri. Non riconosceranno più le loro case, non le troveranno più.
Che ci piaccia pensarlo o no, gli Ilios dovranno cercare un’identità perduta, e forse non tutti la troveranno.
Per la sicurezza nelle case di qualcuno, qualcun altro ha perso casa e storia.
Vogliamo considerare l’evolversi della svicenda come una, tutto sommato, buona notizia, ma non voglio credere nell’happy ending della vicenda, perchè questa non è una favola, in cui dopo l’errore e il male tutto torna alla normalità.
Questa è storia e un errore e un sopruso di più di 20 anni non può che portare ad un cammino difficile e doloroso.
Di Sabrina Barbante