“Sono 135 i morti in un mese. Centoundici le vittime nel Canale di Sicilia, 13 nello Stretto di Gibilterra e 11 sulle rotte per le Canarie. In netto calo gli sbarchi: meno 25 percento in Italia e meno 67 percento alle Canarie. In Libia, 400 richiedenti asilo, tra cui 50 donne e 7 bambini, sono detenuti da sei mesi a Misratah e rischiano la deportazione. Dal 1988 Fortress Europe ha documentato 8.995 vittime dell’immigrazione clandestina”.
Così, con brevi ma fin troppo eloquenti dati, inizia l’articolo riportato su Peace Reporter di Gabriele de Grande, il quale, rendicontando il bollettino di vittime degli ultimi sbarchi di emigranti sulle nostre coste (e non solo), invita alla consultazione del sito Fortress Europe.
fortresseurope.blogspot.com Il sito in questione è una sorta di rendiconto, o di bollettino, dei migranti morti alle frontiere dell’Europa. Nomi e storie lontani dalle pagine di cronaca perché, sembra un paradosso, troppo numerosi.
Un modo per documentare le tragedie fantasma che accadono nei nostri mari, nei mari dell’Europa unita, mossi da cause che pochi conoscono (e che ancor meno vogliono conoscere).Consiglio vivamente a tutti la consultazione del sito, perchè la rete, in questo caso quella che nasce dal web, può essere il solo modo per documentarsi su cose che non sono solo numeri vuoti, ma storie che si interrompono e che avrebbero potuto dare tanto, anche agli stati chi le hanno rifiutate.
Alla cronaca degli ultimi giorni risuona la figuraccia fatta dal governo maltese, il quale lo scorso 12 maggio, ha visto al largo delle sue coste la morte di 56 persone, tra cui 6 bambini, per via di soccorsi arrivati più di 10 ore dopo la segnalazione. Inoltre Malta ha rifiutato di prendere i corpi degli sfollati, inviati via mare sulle coste della Francia.Le motivazioni che portano un governo a non volere profughi sono svariati, e vanno dal banale “Non c’è lavoro, sfuggono da una povertà ad un’altra” a ben più raffinate e certamente attendibili teorie politiche, sociali ed economiche.
Ciò che sfugge all’opinione pubblica, anche perché non quotidianamente ripetuto dai nostri rappresentanti, sono i motivi per cui molti uomini e donne abbandonano le loro tragedie quotidiane mettendo a repentaglio la vita delle loro famiglie per questo “nulla” che i nostri paesi possono offrire.
Forse è utile fare un piccolo promemoria, se è vero che le soluzioni ai grandi problemi partono dalla comprensione delle cause.
Somalia: sin dagli anni 60 si trova in una guerra civile permanente. I dissapori che hanno portato a colpi di stato e guerriglie è stato mosso dalla difficile convivenza a seguito delle divisioni territoriali fatte da Gran Bretagna, Italia e Francia.
Il conflitto divenne sempre più confuso e violento, culminando nella Battaglia di Mogadiscio, provocata dalla decisione degli Stati Uniti di aumentare l’aggressività della missione ONU, inimicandosi la popolazione locale. Il periodo fu caratterizzato dalle violenze dei “Signori della guerra“, i temibili capi-clan che sottomisero la popolazione e che costrinsero alla fuga, nel 1994, anche i caschi blu dell’ONU e i marine americani.
14 anni di ininterrotta guerra civile hanno ridotto allo stremo la popolazione. La mancanza di un’autorità statale fa sì che gli abitanti della Somalia siano abbandonati a loro stessi o che debbano dipendere dalle gentili concessioni dei signori della guerra che amministrano il territorio. La mortalità infantile arriva al 13%. I signori della guerra riducono l’economia locale ad un mondo che ruota intorno al contrabbando di armi e droga.
Rwanda: Dall’inizio del ‘900 i governi coloniali di Germania e Belgio si sono contesi il dominio dei territori, anche aizzando i già non buoni rapporti tra le due etnie Hutu e Tutsi, e offrendo reciproco aiuto militare.
Durante gli anni delle colonizzazione (sempre del ‘900), la chiesa cattolica era la principale educatrice e per motivi non legati alla religione o alla formazione ma alla gestione politica, differenziava i sistemi formativi delle due etnie, dovendosi rendere favorevole quella economicamente più ricca dei Tutsi.
Così, le due etnie hanno accresciuto una poca predisposizione alla convivenza a seguito dell’indipendenza. Dagli anni ’80 una sanguinosissima guerra civile ha mietuto un numero di vittime difficile da censire. Di certo fra i più drammatici della storia dell’Africa post coloniale.

Eritrea – Etiopia: Dopo una guerra trentennale (1962-1991), l’Eritrea ottiene finalmente la propria indipendenza dall’Etiopia nel 1993.
Il fatto però di non aver stabilito fin dall’inizio confini chiari e definitivi ha portato ad un rapido deterioramento dei rapporti tra i due Paesi, finché nel 1998 le truppe di Asmara decidono di varcare il confine, dando inizio a scontri armati che degenereranno presto in una sanguinosa guerra a tutto campo (1998-2000). Dopo 2 anni di conflitto e più di 70.000 vittime, Etiopia ed Eritrea cessano le ostilità e si affidano all’Onu per decidere definitivamente dei propri confini. Nonostante la proposta venga formalizzata già nel 2002, i due Paesi sono ancora ben lontani dall’aver trovato un accordo. In Eritrea inoltre il governo effettua ogni sorta di sopruso che calpesta la libertà religiosa e i diritti umani. Le religioni ammesse in Eritrea sono quelle cristiane, luterana, cattolica, ortodossa, e Musulmana. Gli altri culti sono proibiti e vengono effettuate torture e reclusioni per chi appartiene ad altre fedi. Inoltre sono da poco stati cacciate diverse organizzazioni umanitarie internazionali per “scaduti e non rinnovato contratto di lavoro”. (fonte: www.warnews.it)
Sudan: La guerra civile in Sudan è in corso ormai da 20 anni, e vede opporsi il governo settentrionale di Karthoum ed i ribelli del Sudan People’s Liberation Army (SPLA), che rivendicano l’indipendenza delle regioni meridionali del Paese.
Una delle principali motivazioni di questa guerra (oltre a questioni economiche e territoriali) è sicuramente la profonda differenza etnica, sociale e religiosa esistente tra il Nord nazionalista, arabo e islamico ed il Sud nero e cristiano-animista, organizzato in strutture di stampo prevalentemente tribale. Varie missioni investigative delle nazioni unite hanno anche attestato come lo stesso governo del Sudan commetta atrocità nei confronti della sua stessa gente.
Il rapporto, compilato dal Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU guidato dal premio Nobel Jody Williams, dichiara che “la situazione in Darfur è caratterizzata da evidenti e sistematiche violazioni dei diritti umani e gravi violazioni della legge umanitaria internazionale”. (fonte www.warnews.it)
Liberia: La più antica Repubblica d’Africa (1847) è devastata da 14 anni di guerre civili.
L’ultimo capitolo del terrore si è chiuso nell’agosto del 2003 con l’esilio del dittatore ed ex signore della guerra Charles Taylor, al potere ininterrottamente dal 1997, e con gli accordi di Accra stipulati tra fazioni ribelli (Lurd e Model) e governativi. Pressioni internazionali, un mandato di cattura del Tribunale Speciale per i crimini della Sierra Leone e un mese di assedio del Lurd attorno a Monrovia hanno costretto il presidente Taylor a farsi da parte trovando un rifugio dorato a Calabral (Nigeria).
Ma il dopo Taylor è tutt’altro che pacifico. (fonte www.warnews.it)