Roma Il Garigliano non è il Rubicone, ma soprattutto non esiste un Cesare capace di “cambiare” il corso della Storia e proporre un rilancio sociale ed economico di un territorio. Insomma, non c’è nessuno capace di far riecheggiare la famosa frase cesariana: alea iacta est.
Nel Mezzogiorno d’Italia il Garigliano resta inviolato e con esso lo sviluppo del Sud, di un territorio che un tempo veniva catalogato come “la questione meridionale”. Così, nonostante il tempo trascorso, Giustino Fortunato, si starà ancora girando nella tomba dopo la relazione del presidente della Svimez proprio sullo sviluppo del Mezzogiorno.
Una relazione che fotografa la crescente distanza tra il Nord e il Sud, anche se la fotografia della Svimez non è tutta in bianconero, ma ha anche qualche spruzzo di colore. Lo scorso anno il Pil del Sud è cresciuto dell’1,5%, con un incremento pari a oltre quattro volte quello realizzato dal 2002 al 2005, con una dinamica che però per il quarto anno consecutivo risulta inferiore del Centro-Nord.
Il Pil per abitante è rimasto a 16.919 euro, pari al 57,4% del Centro-Nord (29.459 euro), con una leggera riduzione del divario rispetto allo scorso anno. Guardando alla classifica tra le regioni del Sud, in testa è il Molise (2,2%), seguito a pari merito da Basilicata e Sardegna (1,8%). Tuttavia si tratta di una crescita inferiore a quella degli altri Paesi europei.
Dal 2000 al 2006 nei nuovi Stati membri il Pil è cresciuto di oltre il 5%, a fronte di un modesto 0,4% nel Mezzogiorno. Il tasso di crescita dell’economia meridionale è stato inferiore di 3 volte a quello della Spagna, di 4 volte a quello dell’Irlanda, di 5 volte a quello della Grecia. In valori assoluti, i nuovi occupati sono 320mila al Centro-Nord e 105mila al Sud.
In questo modo il Mezzogiorno supera per la prima volta i 6 milioni 500 mila unità, mentre il tasso di disoccupazione crolla dal 19% del 2000 al 12,3% del 2006. Spina nel fianco il sommerso, che colpisce un lavoratore su 5 (20,5%). I nuovi occupati, rileva il rapporto Svimez, si concentrano soprattutto nei servizi (2,1%), agricoltura (4,5%), e in misura minore nel credito, turismo e trasporti, mentre l’industria, in crescita soprattutto in Campania, cala dello 0,7%. Nel Sud crescono soprattutto gli atipici (75 mila unità in più), con percentuali superiori di 9 volte ai contratti a tempo indeterminato, concentrati soprattutto nella componente giovanile. In crescita anche il part-time e il lavoro autonomo.
Quanto alle esportazioni, sono cresciute del 6,8%, con dinamiche positive in Basilicata (+55,2%) e Sardegna (+13,9%). Ma la quota del Mezzogiorno sul totale nazionale resta inchiodata all’11,1%, in lieve riduzione rispetto al 2005 (11,6%). Guardando poi all’esportazioni, la ripresa dell’export ha toccato principalmente i settori a elevato contenuto tecnologico e caratterizzati dalla presenza di grandi imprese (siderurgico, petrolchimico, automobilistico, aeronautico, energetico, informatico).
Al contrario, le esportazioni hanno registrato un segno negativo nel settore del made in Italy (cuoio, mobili, legno, calzature), dominato nel Sud da un modello di piccola impresa poco incline all’innovazione. Made in Italy che invece continua a crescere al Centro-Nord. Dal rapporto della Svimez emerge poi che lo scorso anno la quota di spesa pubblica in conto capitale del Mezzogiorno è passata dal 40,6% del 2001 al 36,3%.
Una quota non solo è ben lontana dall’obiettivo del 45% fissato in fase di programmazione, ma non raggiunge neppure il peso naturale del Mezzogiorno (la media tra la sua quota di popolazione e di territorio) che è del 38% circa. La quota di risorse ordinarie è appena il 22,3% del totale nazionale, inferiore di circa 15 punti al peso naturale dell’area, e di circa 8 punti rispetto all’obiettivo programmatico del 30%. In calo anche la quota per investimenti pubblici per il Sud, è scesa dal 35-36% del 2000-2001 al 31,3% del 2006. Il livello basso della spesa ordinaria ha prodotto di conseguenza politiche di coesione nazionale poco efficaci. La dispersione delle risorse aggiuntive in molteplici interventi e la progettazione scoordinata degli stessi, gestita soprattutto dagli enti locali, non hanno prodotto i risultati attesi.
Quanto alle infrastrutture, fatto pari a 100 il valore Italia, il Sud è fermo al 77,7% per autostrade (55,1 in Sicilia e Sardegna) e al 72,3% per le ferrovie (con percentuali del 40,9% nelle isole). Dotazione sotto la media per le linee elettriche (74%) e del gas (44,6%). Accettabile, invece, il livello degli aeroporti rispetto alla popolazione (103,5), anche se mancano strutture in Molise e Basilicata.
Fonte: Il Meridiano