Se la cultura cambia veramente il reale o ci si adagia
Nei miei viaggi di ritorno in Basilicata (alla Vittorini) spesso mi capita di imbattermi in novità editoriali.
La deformazione professionale e la intima conoscenza dei luoghi hanno fatto posare i miei occhi su alcuni romanzi storici di uno scrittore lucano, V. Labanca. Si tratta di una trilogia sul brigantaggio lucano post-unitario.
Innanzi tutto colpisce l’occhio allenato il luogo di distribuzione e la veste grafica.
Banconi di macellerie, angoli di tabaccai e pasticcerie! Che sia una nuova forma pervasiva di promozione editoriale? La veste, poi, e’ di quelle un po’ demode’, semplice e poco appariscente, alla maniera del romanzo popolare degli anni 60.
Senza entrare nel discorso filologico se, cioè, la storia romanzata abbia pertinenti riferimenti scientifici o, piuttosto, incrostazioni agiografiche- mi astengo perché storico di professione- dico subito che il messaggio dell’autore e’ poco convincente, e per diversi motivi.
In che cosa consisterebbe la ricerca di libertà consapevole dei lucani ai tempi del Piemontese se la rivolta, ennesima di mille prima e dopo il 1860, fu storicamente piuttosto eterogenea? Mi spiego.
Il brigantaggio meridionale e lucano degli anni 60 si connoto ‘si di valenze politiche- si ricordi Borjes –ma in buona parte fu movimento spontaneo di disperazione per problemi mai affrontati: la questione della terra e l’organizzazione agraria semifeudale delle campagne. I briganti, e lo stesso Crocco, furono i paladini di una rivolta contro i galantuomini che, puta caso, anche dopo il plebiscito del 60 restarono al potere. Quei signori erano lucani. Ora qui non si vuol difendere la prima politica piemontese nel Mezzogiorno ma solo dire che se la situazione porto’ all’ennesima jacquerie ciò fu dovuto anche alla cecità dei possidenti lucani che impersonarono la politica del Governo, ed ancora lo fanno.
E’ contro di loro, riparati gattopardescamente sotto lo stemma savoiardo, che i cafoni lucani si rivoltarono e si diedero al brigantaggio.
Quale libertà, quale movimento di autonomia politica consapevole, quale scempiaggine di lucanità?
Fu ”la rivolta dello stomaco” contro i notabili lucani e i loro soprusi e non una rivolta politicamente finalizzata alla liberazione dal piemontese.
Sarebbe stato meglio se l’autore avesse messo in luce la responsabilità degli stessi lucani, trattandosi di guerra civile, quale fu. Questa voglia di trovare il genius loci (lo stereotipo positivo) in ogni evento puzza di agiografico interesse e non migliora l’atteggiamento dei salotti lucani pronti a non fare autocritica severa.
Anche in queste cose si nota il gap culturale di talune zone del Mezzogiorno: ricerca affannosa e risibile di una specificità che non c’e’ e che elude la critica alle strutture locali, responsabili dello sfacelo del Sud.
Anche per questo non si cresce, cari miei. Il provincialismo e la serena accettazione del reale- magari con qualche rovesciamento di valori- non porta da nessuna parte. Ma tant’è.
Un volumetto ha avuto anche una trasposizione teatrale originalissima: come se la denuncia di Levi non fosse mai avvenuta! (Spezzate le catene che vi avvinghiano al potere che vi foraggia).
Risultato: la trilogia giace sul bancone delle pasticcerie e l’opera teatrale e’ finita in una sagra strapaesana dell’olio di oliva, quello si veramente lucano! Sic transit gloria mundi. Amen, amen.
B. De Benedictis
src="http://pagead2.googlesyndication.com/pagead/show_ads.js">