POTENZA. Farsi santi nella quotidianità della vita. E’ questo il programma di san Josemaria Escrivà che propone una partecipazione corresponsabile alla storia umana: “Figli miei, lì dove sono gli uomini vostri fratelli, lì dove sono le vostre aspirazioni, il vostro lavoro, lì dove si riversa il vostro amore quello è il posto del vostro quotidiano incontro con Cristo. E’ in mezzo alle cose più materiali della terra che ci dobbiamo santificare, servendo Dio e tutti gli uomini”. Parole del fondatore dell’Opus Dei che sono state rievocate da don Ugo Borghello durante l’omelia di mercoledì scorso (1 luglio). Circa un centinaio i fedeli presenti nella chiesa francescana di santa Maria che hanno voluto commemorare la morte del sacerdote (26 giugno 1975) con la tradizionale Messa presieduta da don Borghello, oltre a un momento spirituale con don Luca Fantini, entrambi cappellani della Residenza universitaria del Levante.
Un’iniziativa ben riuscita grazie al lavoro di coordinamento e di promozione della spiritualità di Escrivà che da diversi anni Giuseppe Giuratrabocchetta (coordinatore regionale dei gruppi di formazione per i laici) sta svolgendo nel capoluogo. Il santo spagnolo canonizzato da Giovanni Paolo II il 6 ottobre 2002, ha speso la sua vita a servizio della Chiesa e del Regno di Dio. Un sacerdozio il suo vissuto in pienezza, come ha ricordato don Ugo nell’anno dedicato al sacerdozio da Benedetto XVI. Sull’esempio di don Escrivà poi l’invito ai presenti da parte del cappellano a riscoprire la dimensione del sacerdozio battesimale. Una santità da vivere nel quotidiano “pur con le difficoltà” ma animati sempre dall’amore. Una santità espressione di fede matura che va a braccetto con umanità, con un senso profondo di solidarietà e di accoglienza dell’altro, così come sapeva fare Escrivà: “Accanto a lui – ha ricordato il cappellano narrando della sua esperienza – si stava bene, lo sentivi dalla tua parte, era alleato e amico ed era un’avventura stare con lui”.
Sorridente e amabile il fondatore dell’Opus Dei sapeva arrivare (e lo fa ancora attraverso le sue parole) al cuore di ogni uomo dando speranza e coraggio ma anche scuotendo da pericolose “fantasticherie” che allontanano dalla realtà e che Escrivà chiamava “mistica del magari”: “magari non mi fossi sposato, magari non avessi questa professione, magari avessi più salute, magari fossi giovane, magari fossi vecchio!, attenetevi piuttosto con sobrietà – diceva nell’Omelia pronunciata nel campus dell’Università di Navarra, a Pamplona, l’8 ottobre 1967 -, alla realtà più materiale e immediata, perché è proprio lì che si trova il Signore”.
Maria De Carlo
Fonte: Il Quotidiano della Basilicata
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