
Ambiente – petrolio : binomio impossibile. O meglio : innaturale. L’uno contrasta con l’altro. E viceversa. Per una essenziale “questione di specie”.
Tant’è. In questo, gli Stati Uniti d’America indicano la rotta, col divieto di perforazione in area protetta. Ma l’inconiugabilità è talmente marchiana da rendere semplicemente risibile una qualsivoglia forma di controdeduzione analitica.
Emblematico, al riguardo, il titolo (”Al Sud si scontrano ambiente e petrolio” ndr) di un reportage del Financial Times (ripreso dal settimanale “Internazionale” n. 772) sulla Basilicata. Tanto per restare nel campo delle citazioni. Il problema di fondo è che, nonostante tutto, si continua – obtorto collo – a dar corso ad una politica dal “doppio binario”, mettendo come gli struzzi la testa sotto la sabbia. Facendo, cioè, finta di ignorare i limiti specifici dell’azione di spinta e – soprattutto – di tenuta nel tempo e nello spazio. Si prenda il “caso” Val d’Agri.
A 15 anni esatti dall’avvio ufficiale dell’attività petrolifera col primo progetto di sviluppo olio da parte dell’Eni, come si presenta l’attuale scenario tutt’intorno al maggiore giacimento dell’Europa continentale? Devastante (e devastato). In tutti i sensi. Con contraccolpi non solo sull’ambiente. Ma anche sul tessuto sociale, urbano, produttivo ed economico. Partiamo dall’ambiente. Da una ricerca condotta dall’Università degli Studi della Basilicata (pubblicata dall’International Journal of Food Science and Technology) è emerso un elevato tasso di inquinamento da idrogeno solforato (letale ad alte concentrazioni, ma che anche in dosi minimali può comportare disturbi motori, neurologici, cardiaci, respiratori, ecc.) insistente sulla zona.
A causarlo il processo di estrazione e purificazione del greggio. Gli oltre 40 pozzi messi in piedi dall’Eni nella valle emettono forti esalazioni di idrocarburi policiclici aromatici che compromettono, di fatto, la biodiversità e l’ambiente circostante. In particolare, dalla ricerca si evince che nel miele prodotto in Val d’Agri (dove si estrae circa l’ 80 % del petrolio italiano) si nascondono “benzeni ed alcoli (sostanze estremamente pericolose per l’uomo ndr) in quantità notevoli”. Eppure, a fronte di questa incresciosa situazione non è dato sapere quali siano i reali valori delle emissioni in atmosfera, al fine di verificarne il rientro nei canoni legislativi.
Le popolazioni locali continuano ad essere tenute all’oscuro di tutto. L’Osservatorio ambientale regionale, il cui protocollo d’intesa fu redatto a seguito della stipula del contratto con l’Eni e che sarebbe dovuto divenire operativo contestualmente all’avvio dell’attività estrattiva è, ad oggi, ancora inconcepibilmente al palo. Né è possibile stabilire, come emerso di recente da un vertice in Regione, il nesso scientifico fra l’aumento di patologie neoplastiche (in Val d’Agri e non solo) con le operazioni connesse al ciclo di estrazione del petrolio, in quanto non si dispone di un archivio – dati che possa fungere da “pietra di paragone” con i controlli operati in corso d’opera. Al danno, la “beffa” delle compensazioni ambientali. Le cosiddette royalties. Quelle corrisposte dall’avvio dell’attività petrolifera ad oggi vengono calcolate nella misura del 7%.
Una quota fra le più basse del mondo. Una miseria se rapportate agli introiti contabilizzati dalle compagnie petrolifere. E comunque, poca cosa rispetto a quanto sborsato dalle compagnie per la medesima attività estrattiva/lavorativa negli altri Paesi del pianeta (es. : Canada 50%; Alaska 60%; Russia e Norvegia 80%, ecc.). Ma il paradosso, è che il livello (e la capacità) di spesa delle compensazioni da parte dei Comuni beneficiari è fermo, mediamente, al 20% (dati “Sole 24 Ore”). Mentre l’atavico fenomeno dell’emigrazione non si arresta, i paesi continuano a svuotarsi ed il tasso della disoccupazione a schizzare verso l’alto. Limitate, infatti, sono risultate le ricadute occupazionali derivanti direttamente dall’estrazione e prima lavorazione del greggio. Ben al di sotto delle aspettative. Infatti. Da una ricerca condotta di recente dall’Università degli Studi di Salerno, emerge che su un totale di circa 450 addetti, occupati stabilmente, poco più del 50% è lucano. Pochissimi con alte qualifiche professionali. Ancor più negativo il dato relativo alle imprese legate all’intero processo estrattivo : su 83 in attività solo 24 hanno sede legale sul territorio regionale. Insomma, non è tutto oro (nero) quello che si estrae dalle viscere della Lucania. Quantomeno non lo è per chi in Lucania ci vive. E tanto basta.
Antonio Grasso
Fonte: Lucanianews24