Bernalda come la Somalia

Bernalda e la Somalia sono luoghi di scorie, discariche di veleni.

La sola differenza è che alla prima ancora manchi chi, come Ilaria Alpi, paghi con la vita la denuncia delle stesse nefandezze.

Il pentito Fonti dichiara al magistrato che navi cariche di scorie nucleari siano state affondate nei mari di Cetraro, Maratea e Metaponto. Sempre lui, allo stesso magistrato e col dito sulla carta geografica, indica Bernalda come luogo vicino al quale sono stati interrati fusti pieni di rifiuti radioattivi. Di siti analoghi, nella contrada Spineto e nella ex discarica comunale, parlano cittadini bernaldesi impauriti, ma certi. In terreni da tempo bonificati giacciono dismessi manufatti irrigui contenenti amianto.

Dal fiume Basento affluiscono a mare acque impure inquinate. Nel paese non cammini tranquillo fra il caos del traffico e i tanfi di fogna. Persino l’aria ti avversa, intrisa com’è della diossina di Taranto. Questo è un cerchio infernale, di dantesca evocazione.

Al “limitar di Dite”, che è la verde piana di Rotondella, trucemente sussiste quel Centro di Ricerca nucleare che genera più ansia che speranza.

E sul versante opposto, tra Salandra, Grottole, Ferrandina e Pisticci, incombe il rischio più mostruoso che grandioso che sia creato un mega-stoccaggio di gas con relativa centrale elettrica a turbogas. Il nostro territorio sembra essere altra cosa da una Italia che pregusta di sapere della sua ricchezza più col BIL (Benesse Interno Lordo) che col PIL (Prodotto Interno Lordo), tra sfarzi di fiere e meeting del benessere.

La Somalia si sta difendendo con la pirateria sul mare.

Bernalda può difendersi trasferendosi sul Monte Pollino, come fece Noè nell’Arca per salvarsi dal Diluvio Universale. Il Paese, svuotato dei suoi abitanti, potrebbe costituire, per decreto giudiziario, soggiorno obbligato per chi l’ha reso discarica di scorie. Al di là degli incubi, la situazione è d’emergenza, a stento celata da sagre persistenti e da pìe processioni.

C’è coscienza a far nascere bambini in ambienti così avvelenati?

L’ha già detto il filosofo Jonas che noi siamo responsabili del mondo nel quale mettiamo a vivere i nostri figli. Di colpe collettive non c’è sentore, essendo forse ancor più impercettibili quelle individuali. Questo è tempo di agire con responsabilità e urgenza.

Chi ci governa sappia che è consistente il numero dei bernaldesi morti nella Grande Guerra, ed ancor più robusto quello dei Caduti e dei Dispersi nella Seconda Guerra Mondiale.

In nome dei nostri màrtiri liberateci da questo inferno!

A Bernalda la vita è una veglia di morte, quotidianamente annunciata dai bollettini della Sanità. Si chiede la sopravvivenza dei nostri figli e nipoti, non quella nostra.

L’indifferenza al nostro patire ci fa dubitare di appartenere a una Patria, che a questo livello di svilimento è onesto ritenere “Unita” soltanto nella Memoria.

Pietro Tamburrano, Presidente

del Comitato Cittadini Attivi

di Bernalda e Metaponto

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