Lucani, popolo di «bamboccioni»

L’ex ministro Padoa Schioppa li aveva definiti «bamboccioni». E invitò i giovani tra i 20 e i 30 anni a tagliare il cordone ombelicale che li lega alle famiglie d’origine. Di qui la proposta di un aiuto di mille euro l’anno per i ragazzi che prendono una casa in affitto. Oggi il ministro Renato Brunetta addirittura parla di una legge che «costringa» i figli a lasciare la casa dei genitori a 18 anni. 
Una provocazione, quella del ministro «tascabile» che ha scatenato un polverone di polemiche e che nasce sulla scia di una sentenza del tribunale di Bergamo che ha condannato un artigiano di 60 anni a pagare gli alimenti alla figlia di 32 anni, ma da 8 fuori corso all’università. Brunetta punta il dito contro i genitori, chiamati a fare «mea culpa» per aver dato vita a un sistema e un’organizzazione sociale che penalizza i giovani.

Ma è proprio così? I pareri raccolti dalla Gazzetta non sono convergenti in una regione, la Basilicata, che dati statistici alla mano, registra un alto numero di over 25 «aggrappati» ancora alle rispettive famiglie.

Una ricerca dell’Istituto lard, in particolare, ha dimostrato che su 2.500 giovani lucani tra i 25 e i 29 anni, più della metà (57,3%) vive ancora con i genitori. Non si tratta sempre di una necessità economica, né del ritorno a una famiglia di tipo patriarcale. Secondo i sociologi dell’Istituto, invece, è il risultato di una società permissiva e consumista che non riesce più a soddisfare le aspettative dei giovani per i quali la famiglia diventa un rifugio. Sono più gli uomini che le donne (67.4% contro 45.9%) i «mammoni» di Basilicata. Un dato che riporta al vecchio luogo comune che se una donna non si sposa è un’ acida «zitelIa», mentre l’uomo è un buon «vitellone». Un pregiudizio superato in molte società, ma che nell’ area mediterranea è ancora molto sentito, tanto che fra le «mammone» intervistate nell’ambito della ricerca molte rinunciano all’indipendenza proprio per risparmiare per il matrimonio.

Ma i «bambini» di 30 anni in realtà alcune attenuanti le hanno. innanzitutto la struttura della scuola e dell’università. La scuola superiore termina a 18 anni. Quindi si va all’università e si finisce il ciclo di studi a 24-25 anni. Poi c`è la specializzazione o il tirocinio professionale, ma i ragazzi, mancando campus e alloggi universitari, fino a quell’età vivono in famiglia. Una volta entrati nella società e diventati adulti faticano ormai ad abbandonare le comodità di cui hanno sempre goduto. Anche la difficoltà di trovare lavoro e la mancanza di fatto di un’edilizia popolare giocano un ruolo decisivo. È vero, per molti giovani questa incertezza porta a ritardare le scelte definitive e a cercare rifugio nella famiglia, ma alla fine diventa anche una scelta: quella di piegarsi alle circostanze.
II risultato? L’esaurimento della famiglia stessa, che non si rinnova. Questi mammoni, infatti, una volta che se ne vanno di casa e si sposano, non riescono a tagliare il cordone ombelicale che li ha alimentati per anni. E i genitori, cosi abituati a far parte della vita del figlio, si inseriscono nel matrimonio, nelle piccole e grandi cose. Spesso contribuendo a «sfasciarlo».

di MASSIMO BRANCATI

Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno

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