Un’emergenza umanitaria come quella di Rosarno. E’ nel cuore della Basilicata, a Palazzo San Gervasio, in provincia di Potenza, che da oltre dieci anni, un ex capannone industriale è diventato il rifugio di oltre mille braccianti agricoli africani. A lanciare l’allarme sono stati alcuni giornali e attivisti locali. Palazzo San Gervasio è la tappa intermedia tra le raccolte stagionali del foggiano e quella delle arance a ottobre nella Piana di Gioia Tauro.
Tra agosto e settembre la produzione di pomodori e ortaggi richiede braccia da impiegare nei campi lucani. Arrivano così lavoratori magrebini e dell’Africa subsahariana, ma anche braccianti europei, romeni e bulgari. Questi ultimi riescono a prendere case in affitto, seppur in condizioni di sovraffollamento, e a percepire una paga che si aggira sui 35 euro a giornata. Per gli africani il guadagno è più misero, intorno ai 20 euro al giorno e le condizioni abitative molto precarie.
Nell’ex fabbrica in disuso c’è carenza di servizi igienici e di condizioni sanitarie adeguate per accogliere un numero così vasto di braccianti. Il fenomeno è monitorato da volontari di associazioni locali. Anche a Palazzo San Gervasio come a Rosarno, si ripetono i meccanismi dello sfruttamento di manodopera immigrata. I piccoli proprietari terrieri non contattano direttamente i lavoratori, si rivolgono a dei ‘mediatori’ che forniscono la squadra di lavoro. Una situazione che dà origine al caporalato. In questo caso i caporali sono spesso stranieri e intascano circa 10 euro della paga giornaliera del bracciante.
Fonte: Affari Italiani