Referendum quesito sull’acqua: come l’aria l’acqua appartiene a chi ha sete non a chi la può comprare

acqua-rubinetto[1]

Già quando fu istituito l’acquedotto pubblico a Milano nel 1888 la delibera firmata dal sindaco di allora del capoluogo lombardo riportava: “L’acqua è un servizio determinante per la vita e la salute dei cittadini, pertanto non può essere gestita da chi ne può trarre profitto”. Appunto.

Oggi come ieri Niente profitti sull’acqua, né tanto più si può immaginare che un bene di tutti diventi affare dei alcuni privati. Questo hanno pure detto gli italiani (un milione e 400 mila) firmatari per il referendum del 12-13 giugno. Loro vogliono che l’acqua ridiventi bene di tutti dopo che la legge 166 del 2009 l’ha inserita nei beni di rilevanza economica (contraddicendo una direttiva dell’Onu del 2010 firmata anche dall’Italia) ed ha imposto a tutti gli enti locali di privatizzare la gestione delle proprie risorse idriche entro la fine del 2011. Come già accaduto con altri appuntamenti referendari, anche questa volta la politica (cioè il governo) e l’informazione (quella di regime) stanno facendo di tutto per scippare la democrazia agli italiani e non far raggiungere il quorum.

Il governo ha paura della voce degli italiani, vuole negare che i referendum rappresentino un elemento per la riorganizzazione della politica come strumento della democrazia attiva. Il governo non vuol far sapere ai cittadini italiani che quasi in tutto il mondo ci sono stati dei ripensamenti sulla gestione privata dell’acqua. L’esempio più eclatante arriva da Parigi, dove il ritorno al pubblico ha determinato in poco tempo un miglioramento del servizio ed un costo meno caro delle bollette. Dire sì all’abrogazione della legge Ronchi 166 (così come dire sì all’abrogazione delle legge che giustificherebbe l’installazione di nuove centrali nucleari) vuol dire sposare l’idea di un nuovo modello di società.

Il sì referendario per l’acqua pubblica è una scelta di campo dalla parte dei più deboli, perché come dice lo scrittore uruguaiano Edoardo Galeano, “l’acqua non appartiene a chi la può comprare, ma di chi ha sete”. La difesa dell’acqua è un dovere di legittima difesa del genere umano, significa ripristinare il “res communes omnium” degli antichi romani, vale a dire “beni pubblici di tutti”. Mettere la croce sul sì il 12-13 giugno vorrebbe pure sancire un principio che la proprietà pubblica dell’acqua è una cosa al di sopra delle leggi degli uomini, è un diritto che scaturisce da una legge naturale e non può essere scippato dal legislatore. Afferma il padre comboniano Alex Zanotelli: “Non possiamo permettere al privato di entrare nella gestione dell’acqua e guadagnarci. Vorrebbe dire permettere ad un privato di entrare in quelle zone che rappresentano l’eredità di domani, aria e acqua. Non lo possiamo permettere. L’acqua è fonte di vita, e deve restare tale”.

Mimmo Mastrangelo

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