Archivi per la categoria ‘Cronaca Giudiziaria’
WWF “le rivelazioni del pentito Francesco Fonti descrivono inquietanti scenari istituzionali”
“Invochiamo più coordinamento tra le Procure e uno scambio informazioni tra le Commissioni parlamentari competenti”
La domanda che il WWF aveva posto pochi giorni fa, in occasione del ritrovamento della nave affondata al largo di Cetraro forse comincia a trovare una risposta: chi ha coperto per anni il traffico di rifiuti e l’affondamento delle navi dei veleni? Come è stato possibile per oltre 10 anni perseverare nell’inerzia istituzionale su queste vicende? Forse la risposta è nelle dichiarazioni del pentito Francesco Fonti, intervistato oggi dal settimanale L’Espresso, che da anni segue passo dopo passo la vicenda: nelle sue parole emergono intrecci tra politica, servizi segreti, faccendieri e malavita organizzata, su uno sfondo internazionale. Fatti gravissimi che stanno emergendo anche grazie all’impegno ed alla tenacia della Regione Calabria ed, in primis, dell’Assessore Greco.
Per il WWF, impegnato su questa vicenda da oltre 10 anni e costretto negli scorsi anni a difendersi in giudizio da pesanti richieste risarcitorie avanzate da armatori i cui nomi compaiono nelle dichiarazioni del pentito Fonti, finalmente è giunto il momento di creare:
-
un coordinamento delle Procure della Repubblica che hanno promosso le varie inchieste sul traffico internazionale di rifiuti ed armi;
-
uno scambio di informazioni sistematico e un coordinamento straordinario su questi temi tra la Commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse, la Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa o similare e il Comitato parlamentare per i servizi di informazione e sicurezza e per il segreto di stato, che non possono più lavorare a comparti stagni.
Leggi il resto di questo articolo »
Articoli correlati
Il PM: per dipendenti Regione Basilicata truffa e peculato
Li hanno pedinati e fotografati dal barbiere, mentre compravano pesce al mercato, durante lo shopping in un negozio di calzature: il tutto in orario d’ufficio, grazie alla timbratura dei cartellini magnetici «cui provvedeva il complice che a turno veniva investito dell’incombenza».
Protagonisti cinque dipendenti dell’Ufficio di rappresentanza a Roma della Regione Basilicata, nei cui confronti le indagini si sono concluse ed è ora imminente la richiesta di rinvio a giudizio per truffa e peculato. Secondo il sostituto procuratore della Repubblica di Potenza, Henry John Woodcock, quello messo a punto era un sistema truffaldino ben oliato e efficiente, un modo per procurarsi «un ingiusto profitto – si legge nell’avviso di conclusione delle indagini preliminari – rappresentato dal monte ore indebitamente retribuitogli dalla pubblica amministrazione, arrecando un corrispondente danno economico alla Regione Basilicata».
Un «assenteismo sistematico», sostengono gli investigatori. E alla truffa, sempre secondo l’accusa, si aggiunge il peculato, per l’uso indebito delle utenze telefoniche dell’ufficio di rappresentanza, che sarebbero state utilizzate «in modo assolutamente sistematico, ripetuto e continuativo, per chiamate personali e private pari ad oltre l’88% del complessivo ammontare delle bollette pagate dalla Regione Basilicata», che anche in questo caso è parte offesa. Insomma, scrivono gli investigatori, tutto «come in una sorta di phone center gratuito», aperto anche ad amici e parenti.
E perfino all’addetto delle pulizie, la cui moglie avrebbe fatto «lunghe e costose» telefonate ai suoi in Sudamerica. In alcuni casi – secondo le indagini condotte dai carabinieri del Noe del colonnello Sergio De Caprio (il «capitano Ultimo» che arrestò Riina), dalla squadra mobile e dalla polizia municipale di Potenza – venivano fatte telefonate «mute» ai cellulari dei familiari, o al proprio, al solo scopo di ricaricare il credito telefonico.
Questa è una delle intercettazioni che lo proverebbe.
Leggi il resto di questo articolo »
Chi ha visto questa pagina ha anche dato uno sguardo a…
Articoli correlati
Petrolio e Tangenti: sequestro preventivo di oltre 1,7 milioni di euro, dai fondi della TOTAL
Il gip di Potenza, Rocco Pavese – accogliendo una richiesta del pm, Henry John Woodcock – ha disposto il sequestro preventivo di oltre 1,7 milioni di euro dai fondi della Total, in relazione alle ipotesi di reato di corruzione e concussione contestate agli indagati dell’inchiesta su presunte tangenti pagate per la realizzazione del centro oli di Tempa Rossa, a Corleto Perticara.
Il sequestro si riferisce all’accusa di corruzione mossa a diversi indagati per i ‘mezzi fraudolenti’ utilizzati nell’assegnazione degli appalti per la realizzazione del centro oli; e a quella di concussione per gli espropri dei terreni sui quali costruire la struttura. In particolare – secondo l’accusa – ad proprietari di alcuni terreni furono proposte ‘condizioni capestro e assolutamente svantaggiose e fuori mercato’. In pratica, secondo quanto risulta dalla consulenza dei periti del pubblico ministero, l’ufficio tecnico del Comune di Corleto aveva stimato i terreni 2,50 euro al metro quadrato; un altro perito aveva aumentato tale valore, ma sempre ’sottovalutandoli in maniera eclatante’. I periti nominati da Woodcock, invece, hanno stimato il valore di quelle terre in 42,64 euro al metro quadrato e hanno spiegato che la Total avrebbe conseguito un profitto pari ad oltre 20,2 milioni di euro ‘in termini di minor costo sopportato per l’acquisto dei terreni’.
Fonte: Giornale Lucano
Articoli correlati
Tra pm avventurosi e cattivi legislatori
PESCARA non è stata governata da una “cupola” mafiosa di politici corrotti e truffaldini. Soltanto dieci giorni fa, il giudice Luca De Ninis ne scriveva decidendo l’arresto di Luciano D’Alfonso, sindaco e segretario regionale del partito democratico. Quel giorno, il 15 dicembre, nella notte del voto abruzzese, il Pd si guarda allo specchio e si scopre indegno. Non solo politicamente in ginocchio, ma eticamente opaco.
Pescara era soltanto l’inizio di una sequela di colpi di maglio alla rispettabilità politica e morale degli amministratori del centro-sinistra (Napoli, Firenze, Basilicata). Ora, con un ripensamento che deve essere stato tormentatissimo e quindi onesto, il giudice ritorna sui suoi passi. Si ricrede. Ha ascoltato le ragioni e gli argomenti di D’Alfonso. Ha riflettuto sulle fonti di prova raccolte dal pubblico ministero e ha concluso che il municipio di Pescara non è una casa corrotta abitata da una associazione per delinquere.
Scrive che “i fatti” che si è ritrovato tra le mani sono soltanto “deduzioni investigative” e la scena accusatoria, a vagliarla meglio, svela soltanto “una originaria scarsità investigativa”. Non c’è corruzione. Non c’è associazione per delinquere. Al più, si può parlare di finanziamento illegale alla Margherita, se altre indagini e accertamenti lo confermeranno.
Quel che accade a Pescara non è poi così stravagante. E’ accaduto; accade ogni giorno; accadrà ancora (e per fortuna) nei palazzi di giustizia. E’ la fisiologica dialettica di un processo. “Iudicium est actus trium personarum”: il primo (l’accusatore) domanda; il secondo (l’accusato) resiste; il terzo (il giudice) decide (“il verbo evoca un taglio e la caduta della cosa tagliata”).
Dov’è allora la singolarità dell’affare, destinato a sollevare le consuete polemiche tra la politica e la magistratura? E’ fuori dalle aula di giustizia in tre scene diverse, tutte politiche.
La prima. Luciano D’Alfonso ritorna libero. Si è dimesso e non è più sindaco nonostante la buona opinione che hanno di lui i pescaresi. Il ministro dell’Interno ha sciolto il consiglio comunale e si andrà a nuove elezioni. Nonostante la mossa del pubblico ministero fosse avventata, D’Alfonso ha fatto la mossa giusta. E’ giusto, forse doveroso, addirittura necessario per difendersi senza iattanza, se politico o amministratore, fare un passo indietro e affrontare, senza frapporre ostacoli, la verifica del proprio comportamento e delle proprie decisioni. Erano accuse che pregiudicavano il rapporto di fiducia con gli elettori e i cittadini. Libero ora dal peso, D’Alfonso potrà ritornare a chiedere il consenso della sua città.
La seconda scena interpella il Partito democratico. Sarebbe un errore pensare che, scagionato D’Alfonso dalle accuse maggiori, si può svicolare la questione morale che affligge il Pd, soprattutto nelle amministrazioni del Mezzogiorno. Le indagini giudiziarie, al di là del loro esito processuale che non deve essere dato precipitosamente per scontato (come insegna Pescara), hanno svelato in ogni caso la modesta qualità di un ceto politico abbandonato a se stesso senza alcuna guida, controllo e direzione; un ceto politico autoreferenziale che spesso – in tempi inadatti a bustarelle e denaro contante – si offre all’attore economico più disponibile e più capace di offrire promozione sociale, politica, economica (come si intravede a Napoli).
La terza scena è ancora politica. Evoca il presidente del Consiglio. Con il Pd sotto botta giudiziaria, Berlusconi ha ceduto alla tentazione di coinvolgerlo e convincerlo a una rapida riforma della giustizia che neutralizzi l’autonomia della magistratura. Dice Berlusconi che il pubblico ministero deve diventare “avvocato della difesa”, cioè un funzionario che rappresenti in aula le ragioni della polizia. Dice che il pubblico ministero deve andare “con il cappello in mano” dinanzi al giudice.
Perché – accusa – pubblico ministero e giudice oggi sono pappa e ciccia e, domani, con la sua riforma spaventosa diventeranno cane e gatto. L’affare di Pescara ricorda che il racconto non è veritiero. I giudici – anche i giudici delle indagini preliminari – sono altro dal pubblico ministero; non se ne fanno influenzare; non sono subalterni; sanno finanche rivedere le scelte già fatte da loro stessi. L’affare di Pescara ci dice che la fragilità della giustizia italiana non è nell’ordinamento, ma nel processo diventato un arnese arrugginito, tortuoso in cui nessuno crede più. Né i pubblici ministeri né le difese.
Questo strumento ibrido, afflitto da procedure sovraccariche, umiliato da furberie pseudo-garantiste, che impedisce un serio e rapido contraddittorio, deve essere affilato se si vogliono tempi ragionevoli e contraddittorio autentico (come è accaduto a Pescara). Cattivi legislatori, responsabili della morte del processo, cercano al contrario soltanto la vendetta contro le toghe dimentichi di dare al cittadino procedure rapide, eque, efficienti.
A conclusione di questa storia pescarese sarebbe ipocrita però non ritornare nell’aula di giustizia e spendere qualche parola per il pubblico ministero e per le sue accuse grossolane. Non si può chiedere, come un dovere, ai politici un passo indietro se sfiorati dal sospetto e accettare come il vento e la pioggia che ci sia un pubblico ministero che lavori a mano libera alle sue accuse senza alcuna saggezza, senza alcuna autolimitazione, senza alcuna perizia. Di questa spensieratezza, irrispettosa delle regole e addirittura del buon senso, ne abbiamo avuto le prove nell’insensato conflitto tra le procure di Salerno e Catanzaro e ora a Pescara. Pubblici ministeri, così avventurosi da non comprendere che l’autonomia dell’ordine giudiziario è in pericolo se non interpretata con rigore e responsabilità, sono i peggiori nemici della magistratura. Secondi soltanto al presidente del Consiglio. E i suoi migliori alleati.
Articoli correlati
Basilicata/ Inchiesta Total, terminati interrogatori davanti gip
Secondo l’accusa Santomauro avrebbe “fatto regali” al sindaco di Gorgoglione Ignazio Tornetta, in cambio di ingerenze per l’appalto Total in località Tempa Rossa, in provincia di Matera. Schiavello è invece accusato di aver operato a favore della Total nell’esproprio dei terreni privati sui quali sarebbe passato l’oleodotto. Per l’ingener Pietrocola, invece, l’accusa è di corruzione, abuso d’ufficio e turbativa d’asta per l’appalto per l’adeguamento della ex strada statale 175 Matera-Metaponto, vinto da un’associazione temporanea di impresa guidata dal gruppo Ferrara di Policoro (Matera).
Pietrocola, attualmente agli arresti domiciliari, è stato assistito nel corso dell’interrogatorio dagli avvocati Emilio Nicola Buccico e Donato Pace. Da quanto si è appreso all’uscita dall’aula, l’ingegnere materano si è dichiarato estraneo ai fatti contestati e ha respinto le accuse che gli muove la procura. I suoi legali hanno già presentato ricorso. Martedi 30 dicembre è prevista la prima udienza davanti al tribunale del riesame.
Fonte: Virgilio Notizie
Articoli correlati
Petrolio lucano, il legale di Ferrara smentisce: nessuna fuga all’estero
MATERA - «No, la difesa non può continuare ad assistere in silenzio all’aggressione mediatica cui viene sottoposto Francesco Rocco Ferrara. Occorre restituire dignità ad un imprenditore che dà lavoro a 400 persone. E replicherà colpo su colpo. Come per la storia della fuga all’estero, delle microspie, della talpa in Polizia. Non è vero quello che sostiene la Procura». Insorge l’avvocato Filippo Vinci, difensore del principale indagato del Totalgate o Tangentopoli bis di Basilicata, in carcere a Potenza per due inchieste condotte una dal pm Henry John Woodcock su tangenti ed appalti per la realizzazione di infrastrutture per l’estrazione di petrolio in Val d’Agri, l’altra dal procuratore capo Giovanni Colangelo con lo stesso Woodcock su associazione a delinquere finalizzata alla detenzione ed allo spaccio di stupefacenti.
«Non c’è prova concreta – continua il legale – su una presunta ipotesi di fuga del mio assistito temendo l’adozione di provvedimenti di arresto. Anche se ciò risulterebbe da un suo sfogo risalente al gennaio del 2008 ed intercettato. Se voleva fuggire perché non lo ha fatto in un anno intero? Egli ha continuato a lavorare ed a frequentare gli stessi ambienti frequentati in precedenza. Sino al momento del suo arresto non c’è prova che egli volesse far perdere le sue tracce. Smentisco che egli volesse scappare all’estero». Nelle intercettazioni si parla di Montecarlo come “paradiso” dei latitanti… «Ciò avvalora la nostra tesi. Egli, nel corso di una discussione accademica, cita Montecarlo come il luogo da cui i protagonisti di tangentopoli non vengono estradati. Ma dice anche che vengono estradati gli accusati di spaccio di droga. Accusa rivolta contro di lui dalla Procura. Se sapeva tutto, e ciò ci porta alla questione della talpa, avrebbe anche saputo che si preparava per lui una accusa così pesante. Poi, la storia delle microspie… ».
Il difensore chiarisce: «Furono scoperte negli uffici di Ferrostrade nel corso di lavori di ristrutturazione e in u n’auto della Sogeso da dipendenti del Ferrara. Scoperte casuali non rivelazioni di… spie. Che il mio assistito non pensasse affatto che le cimici erano della magistratura lo provano le denunce da me redatte e presentate contro ignoti ai carabinieri della compagnia di Policoro nel febbraio e nel marzo scorso. Denunce per spionaggio industriale. E le microspie sono state consegnate agli uomini dell’Arma perché indagassero. Confidiamo – conclude l’avv. Vinci – nel tribunale del Riesame».
Articoli correlati
Tangenti sul petrolio in Basilicata, finisce in carcere l’ad di Total Italia
ROMA – L’amministratore delegato di Total Italia, Lionel Levha, è stato arrestato nell’ambito di un’inchiesta della procura di Potenza per tangenti sugli appalti per l’estrazione di petrolio in Basilicata. Nella vicenda è coinvolto, tra gli altri. anche il deputato del Pd, Salvatore Margiotta, vicepresidente della commissione Ambiente di Montecitorio, per il quale sono stati disposti gli arresti domiciliari. La misura di detenzione domiciliare per il parlamentare potrà, tuttavia, essere eseguita solo se la Camera dei Deputati darà l’autorizzazione.
ANCHE «ULTIMO» IN CAMPO - Le misure cautelari – in carcere per alcune persone, agli arresti domiciliari per altre – sono state disposte dal gip di Potenza Rocco Pavese, su richiesta del pm Henry John Woodcock, ed eseguite da carabinieri del Noe guidati dal tenente colonnello Sergio De Caprio (il «Capitano Ultimo» che arrestò Totò Riina) e personale della squadra mobile di Potenza, diretta da Barbara Strappato. Gli arresti sono stati fatti in gran parte a Roma, con la collaborazione della squadra mobile della Capitale e della polizia municipale di Potenza.
GLI ARRESTI – La custodia in carcere riguarda, oltre all’ad di Total Levha, anche Jean Paul Juguet, responsabile Total del progetto «Tempa Rossa» (così si chiama uno tra i più grandi giacimenti petroliferi della Basilicata), attualmente all’estero; Roberto Pasi, responsabile dell’ufficio di rappresentanza lucano della Total; e un suo collaboratore, Roberto Francini. È stata anche disposta la detenzione in carcere dell’imprenditore Francesco Ferrara, di Policoro (Matera), e del sindaco di Gorgoglione, comune della provincia di Matera, Ignazio Tornetta. Arresti domiciliari, invece, oltre che per l’on. Margiotta, anche per altre tre persone, e obbligo di dimora per altri cinque indagati. I reati contestati, diversi da persona a persona, sono associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e alla turbativa d’asta (con riferimento specifico agli appalti dei lavori per le estrazioni petrolifere), corruzione e concussione. Il gip ha inoltre disposto varie perquisizioni e il sequestro di numerose società. Accertamenti sono avvenuti presso l’abitazione e gli uffici del presidente della Provincia di Matera, Carmine Nigro (Popolari Udeur): è stato portato via un computer e a Nigro è stata consegnata una informazione di garanzia che fa riferimento a presunte irregolarità nell’aggiudicazione, nel 2007, di un appalto per l’adeguamento della strada statale 175, finanziato con 18 milioni di euro e affidato all’associazione temporanea composta dalle imprese Ferrara, Polidrica e Giuzio: «Ho la massima fiducia nella magistratura», ha detto Nigro. È stata perquisita anche l’abitazione del consigliere provinciale Nicola Montesano (Pd), che è agli arresti domiciliari.
LE ACCUSE AL DEPUTATO - L’on. Margiotta, deve rispondere di una somma che l’imprenditre Francesco Ferrara gli avrebbe promesso in cambio di un interessamento del parlamentare e di una sua azione a proprio favore. Secondo il pm Woodcock, in particolare, Margiotta avrebbe fatto valere il suo potere e la sua influenza di parlamentare e di leader del Partito democratico della Basilicata per favorire l’aggiudicazione degli appalti alla cordata capeggiata da Ferrara. In questo senso si sarebbe impegnato a fornire informazioni privilegiate al gruppo di imprenditori e a fare pressioni sui dirigenti della Total, società titolare di una delle concessioni per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi della Val d’Agri. La giunta per le autorizzazioni di Montecitorio, che dovrà decidere se acconsentire oppure no agli arresti domiciliari, ascolterà il diretto interessato nella mattina di mercoledì. «Sono molto amareggiato e stupito dalla gravità delle accuse» ha detto Margiotta, ma anche «altrettanto certo che tutto si chiarirà subito». Margiotta, nel frattempo, ha deciso di autosospendersi da tutti gli incarichi di partito a livello nazionale e regionale.
E QUELLE AL SINDACO - Sempre secondo le accuse, il sindaco di Gorgoglione, Ignazio Giovanni Tornetta, avrebbe ricevuto periodiche «dazioni» di denaro in contanti, doni ed elargizioni varie, oltre a un non meglio definito «oggetto prezioso» per la sua attività di intermediazione tra i manager della Total e la cordata di imprenditori interessata agli appalti del petrolio. Tornetta è alla guida di uno dei Comuni in cui ricadono i giacimenti petroliferi lucani: secondo l’accusa, avrebbe ricevuto più volte somme di denaro dall’imprenditore Francesco Ferrara per la sua attività di mediazione illecita; lo stesso Ferrara, inoltre, avrebbe promesso di affidare ad una società di fatto gestita dal sindaco il servizio mensa per gli operai della sua impresa. Destinatario di un provvedimento di arresti domiciliari è invece Domenico Pietrocola, dirigente dell’Ufficio tecnico della Provincia di Matera, che – sostiene l’accusa – si sarebbe fatto dare da Ferrara 200mila euro nell’ambito di un appalto per lavori stradali in Basilicata.
Fonte: Corriere.it



Valdagri.net su Facebook







