Li hanno pedinati e fotografati dal barbiere, mentre compravano pesce al mercato, durante lo shopping in un negozio di calzature: il tutto in orario d’ufficio, grazie alla timbratura dei cartellini magnetici «cui provvedeva il complice che a turno veniva investito dell’incombenza».
Protagonisti cinque dipendenti dell’Ufficio di rappresentanza a Roma della Regione Basilicata, nei cui confronti le indagini si sono concluse ed è ora imminente la richiesta di rinvio a giudizio per truffa e peculato. Secondo il sostituto procuratore della Repubblica di Potenza, Henry John Woodcock, quello messo a punto era un sistema truffaldino ben oliato e efficiente, un modo per procurarsi «un ingiusto profitto – si legge nell’avviso di conclusione delle indagini preliminari – rappresentato dal monte ore indebitamente retribuitogli dalla pubblica amministrazione, arrecando un corrispondente danno economico alla Regione Basilicata».
Un «assenteismo sistematico», sostengono gli investigatori. E alla truffa, sempre secondo l’accusa, si aggiunge il peculato, per l’uso indebito delle utenze telefoniche dell’ufficio di rappresentanza, che sarebbero state utilizzate «in modo assolutamente sistematico, ripetuto e continuativo, per chiamate personali e private pari ad oltre l’88% del complessivo ammontare delle bollette pagate dalla Regione Basilicata», che anche in questo caso è parte offesa. Insomma, scrivono gli investigatori, tutto «come in una sorta di phone center gratuito», aperto anche ad amici e parenti.
E perfino all’addetto delle pulizie, la cui moglie avrebbe fatto «lunghe e costose» telefonate ai suoi in Sudamerica. In alcuni casi – secondo le indagini condotte dai carabinieri del Noe del colonnello Sergio De Caprio (il «capitano Ultimo» che arrestò Riina), dalla squadra mobile e dalla polizia municipale di Potenza – venivano fatte telefonate «mute» ai cellulari dei familiari, o al proprio, al solo scopo di ricaricare il credito telefonico.
Questa è una delle intercettazioni che lo proverebbe.
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